Questo stile narrativo è solitamente considerato giapponese per nascita. In patria si chiama Shishōsetsu e si riferisce a tutte quelle opere narrative la cui trama principale non riguarda avvenimenti esterni, spesso banali e poco incisivi, ma narra dell’emotività del protagonista. Narra di quel mondo interiore ed intimo che nasce, cresce e si sviluppa definendo i tempi narrativi, presentando gli avvenimenti che segneranno il corso della trama e narrando un mondo vero e immaginario al tempo stesso, che costituisce lo scheletro dell’opera.
Questo metodo, stile se preferite, mi ha da sempre interessato. Rende possibile il raccontare qualcosa di unico e straordinariamente reale, pur raccontando poco o nulla di quegli straordinari avvenimenti che in una “mente occidentale” costituiscono le basi di una trama ben congegnata.
Trovo che questo stile abbia una forza comunicativa molto potente, perchè permette al lettore di vivere davvero un’altra vita. Gli permette di leggere nella mente ed osservare le emozioni di qualcun’ altro. Magari follemente distante da lui. La possibilità di osservare come altre persone possano pensare, maturare o lasciarsi andare nell’oblio, fornisce un bouquet di punti di vista e di vita, capaci di aiutarci nel nostro modo di osservare noi stessi.
Inoltre lo Shishōsetsu viene spesso ritenuto un tipo di romanzo detto “confessionale”, ovvero dove le vicende ed il vissuto del personaggio coincidono con quelle dell’autore. Questo genere nasce durante il periodo Naturalista della letteratura giapponese, dove l’intento era quello di riportare la realtà nel raccontare poiché, secondo alcuni grandi autori dell’epoca, non vi era nulla di più bello ed autentico della vita stessa. Se il raccontare si fosse discostato troppo dal vero si sarebbe ottenuto un prodotto scadente, finto, privo di autenticità. Infatti il critico dell’epoca Kume Masao definisce i romanzi non di questo tipo mera fiction, distanti dalla purezza e dal candore dello Shishōsetsu che mette a nudo l’animo più intimo dell’autore.
A mio avviso l’esigenza giapponese di “creare” questo stile nasce dalla pulsione di lasciare che il “giapponese” esca all’esterno e viva come tale. Questo stile si diffuse infatti durante gli anni della rivoluzione Meiji, ad inizio del secolo scorso, che vide il Giappone affrontare, a volte in modo violento, una rapida occidentalizzazione. Nonostante questa mossa politica e sociale valse al Giappone grandi successi, credo che intimamente sia stata vissuta come una gabbia, seppur adorna degli appellativi “progresso” e “civiltà”, che ha impedito ai giapponesi di vivere come tali.
Lo Shishōsetsu a volte è tanto rude e sincero da essere sconcertante, è come un vulcano, lascia che qualcosa di caldo, denso e profondo fuoriesca impetuosamente e violentemente tanto da avere una forza distruttiva che si abbatte sul esterno e sull’autore stesso. Come fu per Tayama Katai, dopo l’uscita del suo “Futon”, che autobiograficamente raccontava dell’amore proibito di un maestro per la sua giovane discepola.
Lo Shishōsetsu è viscerale e sensuale. Ha la stessa consistenza dell’energia orgonica, è denso e fecondo di vita. Quella vera.