Il cibo ha sempre ricoperto un ruolo fondamentale per moltissimi popoli, non sono certo i giapponesi ad aver creato questo concetto, ma forse dobbiamo a loro la costanza nel vederlo, ancora oggi, come qualcosa di sacro.
Il Giappone è infatti un luogo difficile, a tratti inospitale, ricco di montagne, vulcani, scosso da terremoti quasi quotidiani, dove scarseggiano le pianure ma sono più che abbondanti le precipitazioni. Non era semplice, per i giapponesi dell’epoca, avere una fonte di cibo sicura e conservabile, per cui, nonostante l’introduzione della coltivazione del riso dalla Cina, i giapponesi continuarono a sentirsi insicuri. Questa insicurezza diede origine a una quantità abbondante di riti shintoisti che costellano tutt’ora il calendario celebrando le date più importanti per il raccolto.
Il ruolo del cibo e l’importanza di averne a disposizione era ed è, seppur più simbolicamente, così radicata che il rito maggiore, il più importante di quelli legati al raccolto, si sviluppa con il condividere con il Dio, detto Kami, il raccolto dell’anno passato. Così facendo il Kami, felice e grato del pasto ricevuto, si impegnerà per garantire un buon raccolto anche nell’anno successivo.
Ovviamente, oltre ai riti religiosi, le tecniche apprese dalla Cina sulla coltura del riso aiutarono lo sviluppo di quelle poche aree pianeggianti che videro i natali dei clan più forti dell’epoca, e che ancora oggi proteggono il paese ed i suoi abitanti attraverso la loro progenie vivente nell’imperatore.
Le stesse aree pianeggianti hanno ovviamente visto la nascita e la crescita delle più importanti città del Giappone. Infatti, oggi come allora, Tōkyō si trova nella piana del Kantō, mentre nella pianura del Kansai si trovano Kyōto ed Ōsaka.
Ogni area abitata del Giappone presentava i suoi templi: più di uno era dedicato alle divinità protettrici del raccolto, tra cui la volpe Inari, e tutta la comunità era chiamata ad essere partecipe sia dei riti che dei giorni dedicati al passare delle stagioni, che scandivano le varie fasi della coltura del riso.
Anche nella vita domestica quotidiana i giapponesi rendono, oggi come allora, grazie per il cibo che ricevono. La tipica frase Itadakimasu, che spesso traduciamo in “Buon appetito”, forse perché detta prima di consumare il pasto, è in realtà un ringraziamento per il dono prezioso presente nel piatto.
Tutto questo lungo preambolo per parlarvi, alla fine, del Bento, il tipico pranzo al sacco giapponese.
Quel pranzo infatti è così importante da meritarsi la O (お) dell’onorifico prima del nome, come a voler sottolineare che stiamo parlando di qualcosa di veramente importante, cresciuto e nutrito dal caldo abbraccio della terra, dal fresco scorrere delle pioggia, dalla fatica dell’uomo e dall’intercessione divina in quel cerchio sacro chiamato Vita.
In una civiltà marcatamente maschilista e che tutt’oggi fatica ad abbandonare i retaggi di una sottomissione femminile, è abbastanza usuale che sia la madre o la sorella maggiore, almeno fino a una certa età, a confezionare il tradizionale cestino del pranzo che, come ogni cosa, i giapponesi eseguono con cura sia nell’estetica che nel contenuto, scegliendo i cibi preferiti del destinatario oltre che equilibrati come apporto nutrivo. Sono gesti di amore e di considerazione estrema non solo per chi lo gusterà, ma per tutto quel cerchio che ha reso possibile avere quel cibo a disposizione. Anche prepararlo per un consumo personale è un grande gesto d’amore verso se stessi: rinunciando alle comodità degli acquisti nei fast food, rappresenta il valore sacro del cibo ed è indice del valore che diamo a noi stessi ed alla nostra vita. L’Obentō è una tradizione sana e gentile, che ci aiuterebbe a ritrovare il senso del buon vivere e a ritrovare il vero benessere, che spesso passa attraverso l’abbandono delle comodità disponibili nella vita contemporanea.