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La Dama delle Ombre – Capitolo 1

Il vicolo era umido e maleodorante, le grosse pietre color sabbia, che costituivano i muri perimetrali delle case fatiscenti che vi sorgevano, erano lucide. In alcune delle fessure d’unione vi cresceva muschio scuro. Il sole lì non penetrava quasi mai. Anche a mezzogiorno, quando era più alto nel cielo, i suoi caldi raggi non riuscivano a raggiungere i tetti di legno ammassati gli uni sugli altri. Erano le cinque di una calda mattina estiva, i galli non avevano ancora cantato ed il sobborgo era quasi deserto. Mariko aveva appena terminato di lavorare, e come ogni mattina prima di stendersi a riposare, amava passeggiare nei sobborghi della cittadella. Camminava tenendo sollevato il vestito di media fattura che aveva indossato durante i festeggiamenti di tutta la notte; per terra si trovava di tutto laggiù, da escrementi a frammenti di oggetti usati durante il giorno e la notte. Mariko a volte trovava uomini ubriachi buttati come rifiuti agli angoli delle strade, vittime del loro stesso vizio. Sembravano morti, anche se lei sapeva che la maggior parte di loro non lo era, almeno non fisicamente. Altre volte invece trovava vecchie, ridotte alla miseria a causa delle loro scelte sbagliate o del fato troppo crudele. Forse un giorno qualcuno avrebbe trovato lì stesa sulla terra anche lei. Non era facile essere una cortigiana, le poche cose che contavano per essere importanti svanivano in fretta, eclissate da nuove, giovani e avvenenti promesse. Erano ormai dieci anni che lavorava presso la casa Nettare d’uva e sapeva che la sua parabola stava inesorabilmente cominciando la discesa. Certo, era ancora la migliore, ma solo per vari colpi di fortuna e soprattutto perché nessuna delle nuove entrate era alla sua altezza.
Non appena girò per il vicolo vide una vecchia biascicante e malferma sulle gambe, con il viso coperto di rughe, vestita solo di stracci. Sembrava aver perso la ragione, era molto magra e decisamente maleodorante. Pregò di potersi salvare da una simile orribile fine, ma proprio mentre stava per superarla, la vecchia l’afferrò violentemente per un braccio e la strattonò. Mariko, per lo spavento ed il disgusto, dovette lasciare la presa sul vestito che cadde in terra. La vecchia la guardò fissa negli occhi e Mariko si trovò ad osservare due occhi color dell’ambra, chiari ed evanescenti come non aveva mai visto.

«Questa strada ti porterà alla rovina. Torna da dove sei venuta meretrice! Non dare asilo ai figli delle Ombre! Vattene!»
Mariko era impietrita, ancora una volta oscure parole segnavano la sua vita. Cercò comunque di reagire muovendo il braccio con forza per sfuggire alla presa della vecchia che, come se fosse stata stordita da qualcosa, tornò cupa, gli occhi opachi rivolti al suolo, riprendendo il suo biascichio senza senso. Mariko sentì il cuore martellarle rapido in petto, “Cosa diavolo è preso a quella vecchia?” pensò. Alzando nuovamente l’orlo del vestito, ormai del tutto inzaccherato, riprese a camminare affrettando il passo. Avrebbe svoltato l’angolo e terminato in fretta il suo giro ma, quando pochi vicoli più in là sentì delle urla di donna, seguite da tonfi, un sibilo e poi più nulla, Mariko rimase immobile, in attesa, il respiro trattenuto. Una figura incappucciata emerse dal luogo cui provenivano i rumori. Lo sconosciuto camminava rapido dandole le spalle, da un braccio gocciolava qualcosa, sul mantello scuro Mariko riuscì a scorgere un simbolo: un cerchio attraversato da una saetta. Quel simbolo apparteneva alla Setta dei ripulitori, eppure Mariko era convinta che non ne esistessero più o quasi. Si avvicinò lentamente al luogo da dove era emersa quella figura, terrorizzata da quello che si aspettava di vedere, ovvero un corpo dilaniato. La Setta dei ripulitori faceva parte del Nuovo Credo, erano pazzi assassini che perseguitavano l’etnia autoctona del vecchio continente ovunque nel mondo. Anche se da circa sessant’anni erano stati pubblicamente delegittimati ad agire per Editto Reale, erano in molti ancora a praticare l’epurazione razziale.

Svoltato l’angolo trovò una baracca di legno, sembrava abbandonata. Non sembrava esserci nessun corpo, ma dopo una rapida occhiata Mariko vide una macchia densa allargarsi da sotto una paratia di legno e stracci. Mariko inorridita cercò di mantenere il controllo e verificare cosa fosse quel cumulo di materiali. Colpì l’asse di legno più esterna, che muovendosi cigolò; sembrava una porta.  La colpì con un piede ed essa cigolando si spostò, sembrava una porta. Socchiudendosi lasciò entrare un po’ della luce crepuscolare del mattino svelando il corpo di una donna, squarciato all’altezza del petto. «Oh Dei, poveretta!» esclamò Mariko senza nemmeno accorgersene. Il corpo aveva gli occhi e la bocca ancora spalancati, le braccia però erano stranamente tese all’indietro, verso quello che sembrava il fondo della baracca, profonda solo un paio di metri. Le sembrò strano che la donna non avesse cercato difendersi mettendo le braccia tra lei e la lama; non che il gesto avrebbe potuto salvarla, ma l’istinto entrava sempre in azione.
Mentre stava per voltarsi e tornare sui suoi passi Mariko avverti un flebile scricchiolio ed un singhiozzo soffocato provenire dal fondo della baracca. Mariko fu attraversata da un tremito, ogni pelo del suo corpo si rizzò. Pregò che quei rumori non provenissero dal cadavere, o peggio, dallo spirito vendicativo della donna assassinata. Restò immobile ma lo scricchiolio si ripeté, stavolta più forte. «Chi c’è?» gridò Mariko con la voce più ferma che riuscì a far uscire dalla sua gola serrata in una morsa di terrore.
Lo scricchiolio si ripeté, il fondo della baracca si spostò, ondeggiando, mostrando così un ulteriore spazio dietro il primo, dove si trovava il corpo della donna. Dal suo interno Mariko vide un grande occhio nero che la fissava dalla fessura appena apertasi. L’altezza di quell’occhio, gonfio di lacrime, era ridotta, troppo per essere quella di un adulto. Sembrava esserci un bambino lì dietro! Ecco cosa faceva la donna con le braccia protese all’indietro, cercava di nascondere e proteggere un bambino, molto probabilmente suo figlio. Mariko raccolse tutto il suo coraggio, entrò nella baracca e tirò con forza verso di sé quel misero riparo, il quale cedette senza fare molta resistenza rivelando una bambina. Occhi e capelli erano neri come la notte, la pelle di color alabastro sembrava avere la consistenza della seta. Era sporca e vestita con stracci ormai ridotti a brandelli. Quella che aveva davanti era una bambina che apparteneva agli uomini antichi, ribattezzati dal Nuovo Credo i Figli delle Ombre.
Mariko non entrò ulteriormente nella baracca, ma allungò il braccio e presa la bambina per il polso, così minuto e sottile, la tirò leggermente, non voleva avvicinarsi troppo al cadavere della donna. La bambina si mosse, gli occhi rimasero inespressivi quando scavalcò la gamba della donna e si voltò a guardarla. Lacrime avevano rigato le sue guance tonde, ma ora i suoi occhi fissavano il cadavere sanguinante come se guardassero un tavolo o un oggetto qualunque. Mariko si accucciò e le girò il volto con una mano, teneramente. Alla stessa altezza della bimba la guardò negli occhi, quelle enormi macchie, nere come l’inchiostro più denso, erano fissi nei suoi. Sembrava che non potesse entrarvi nemmeno il più piccolo raggio di luce in quel lago calmo e buio. Mariko capì perché venissero chiamati Figli delle Ombre. Il volto candido era incorniciato da finissimi capelli neri, lunghi e straordinariamente spettinati e sporchi. Mariko prese la piccola per mano ed uscirono dal vicolo. Si incamminarono verso Nettare d’uva, quello era l’unico luogo in cui Mariko potesse tornare, lì viveva e lavorava. Non sapeva che farci con quella bimba, ed era ancora piuttosto intimorita dalla strana profezia della vecchia pazza. Non era superstiziosa, ma quelle coincidenze non la facevano stare tranquilla.

La bimba seguiva Mariko in silenzio, le loro mani rimasero strette l’una in quella dell’altra.
Arrivate davanti alla porta di Nettare d’uva, Mariko si fermo un po’ ad osservarla, pensando a cosa avrebbe potuto dire una volta entrate. L’edificio, costruito in legno, era altro tre piani e mostrava con orgoglio intarsi decorativi intorno alle alte finestre della facciata principale. La porta a due ante, grossa, pesante e rossa, era il segno di riconoscimento delle case di piacere. Anch’essa decorata, montava al centro di ogni anta due grossi pomoli che servivano per bussare alla porta. Erano d’argento, sempre lucidi e scolpiti a forma di grappolo d’uva. Il sole vi si riverberava, mandando luminosi bagliori verso le loro figure. Lì, a differenza dei vicoli, il sole arrivava; nonostante la periferia avanzasse la loro casa restava comunque ancora fuori dai contorni cittadini. Il Re aveva deciso di spostare le case del piacere fuori città già da molti anni.
Mariko indugiò, rimanendo ferma a fissare la facciata di quel luogo a lei tanto familiare; cosa avrebbe potuto dire? Avrebbero deciso di tenere la bambina? Oppure la Madre l’avrebbe scacciata? Non sapeva cosa pensassero le sue compagne di argomenti che non fossero inerenti alla loro professione o ad informazioni utili per la vita quotidiana. Certo non avrebbe riferito a nessuno della strana profezia della vecchia, Mariko conosceva bene la potenza distruttrice che certe storie portavano con loro.
Si voltò a guardare la creaturina che stringeva la sua mano: era sporca, ma il profilo era fine e ben disegnato. Anche lei fissava la facciata dell’edificio di fronte a loro. Sapevano entrambe che varcare la soglia sarebbe stato come scommettere e la posta in gioco era alta, soprattutto per la piccina. Se non l’avessero accolta probabilmente sarebbe morta in breve tempo, assassinata dalla Setta dei Ripulitori o peggio, venduta al mercato nero come schiava.
Anche Mariko si era trovata in una situazione simile da piccola, anche se non ricordava molto di quei giorni. Giorni in cui nessuno la voleva.

Tutto era cominciato quando fu venduta al signorotto della città dove viveva, a causa di una grave offesa commessa dalla sua famiglia. Una volta arrivata nella casa, le fecero il bagno e la agghindarono come una donna, quella sera infatti avrebbe dovuto cenare con il Signore che l’aveva appena comprata. Fortunatamente per lei non arrivò mai quella cena, poiché il Signore morì di colpo, nonostante l’età non fosse avanzata.
Pochi giorni dopo morì anche il primogenito del Signore, gran parte della servitù si ammalò gravemente e i raccolti intorno alla tenuta imputridirono. La Signora, dilaniata dal dolore, diede la colpa a lei. L’unico cambiamento avvenuto nella casa tra la tranquilla felicità e la rovina era stato l’ingresso di Mariko, che allora aveva solo 5 anni. Così fu scacciata dalla tenuta e venne abbandonata fuori città per allontanare le disgrazie. Mariko ricordava ancora le grida di quella donna folle di dolore e gli sguardi colmi di odio dei servitori di palazzo. Tutti credevano che lei fosse maledetta ed avesse portato la sventura su tutti loro.
Mariko vagò nel bosco per giorni, affamata e infreddolita si era infine accasciata ai piedi di un grande albero, pronta a morire. Ma non morì. Ai primi raggi dell’alba, una grande figura scura la prese in braccio e la portò via. A salvarla era stato Graves, il padrone della locanda situata sulla strada per la città vicina di Malone. Graves la tenne con sé per ben due anni, prima che si spargesse la voce che quell’uomo così tirchio e cupo non avrebbe mai preso con sé una bimba se non per secondi fini. Ad incentivare le voci si aggiunse l’aspetto di Mariko, così straordinariamente bella e dall’aspetto maturo per la sua età, lasciava spesso a bocca aperta i clienti della locanda. Le dicerie malevole continuarono a spargersi sempre più, alimentate dalla voce che proprio lei era la bimba maledetta che aveva mandato in rovina il Signore della cittadina vicina. I clienti si fecero via via sempre più impauriti dalla sua presenza e cominciarono presto a evitare di fermarsi alla locanda. Graves non aveva armi contro la cattiveria della gente, era un brav’uomo, ma un uomo semplice. Così iniziò a credere alle voci fino a che anche il suo atteggiamento verso Mariko cominciò a cambiare. Graves decise allora di raggiungere il fratello a sud e ricostruirsi una vita. Per farlo però aveva bisogno di soldi e soprattutto di sbarazzarsi di Mariko, d’altronde, per quanto fosse corroso dal dubbio e dalle maldicenze, non l’avrebbe abbandonata. Così aveva contattò la Madre di Nettare d’Uva, una casa del piacere situata nella città di Malone che, dopo averla visionata, decise di comprarla. La vendita di Mariko fu fissata per la mattina seguente, ma durante la notte dei malviventi appiccarono fuoco alla locanda e profanarono la tomba della moglie di Graves al quale, dopo la morte della stessa, non era rimasto che il lavoro e i suoi clienti. I più affezionati avevo ormai smesso di frequentare la locanda, ma le voci si erano sparse e spesso lui e la sua attività venivano presi di mira. Graves e Mariko riuscirono a scappare dall’incendio e a domarlo affinché non si propagasse anche nel bosco. Graves era a terra, carponi, mentre fissava le braci ardere e consumare il legno di quella che era stata la sua locanda… la sua casa. Accanto a lui la tomba della moglie era stata distrutta, la lapide spaccata a metà, la terra smossa e qualche osso gettato qua e là. Graves non aveva parole, sentiva solo il tormento di vedere ancora una volta la sua vita distrutta. Mariko era disperata, piangeva con singhiozzi rumorosi, si sentiva colpevole anche se non capiva nemmeno lei bene per cosa. Graves si alzò di scattò, l’alba stava rischiarando la piccola radura su cui sorgeva la locanda. L’uomo si scagliò contro Mariko con gli occhi velati di rabbia e di odio urlando «È tutta colpa tua! Sei una disgrazia! Mi hai rovinato la vita e adesso io rovinerò per sempre la tua! Sarai senza valore e nessuno ti vorrà mai…».
Graves si avventò su Mariko ed iniziò a strapparle i vestiti anneriti dal fumo. La piccola Mariko iniziò a gridare e ad agitare le braccia per scacciare l’uomo, che intanto si era sfilato la cintura. Graves schiaffeggiò Mariko in volto con così tanta forza che lei rimase sconvolta dal dolore, sia fisico che interiore. Graves le legò le braccia con la cintura e si preparò a penetrarla con violenza, quando una voce tuonò forte accompagnata da uno schiocco.

«Cosa diavolo fai idiota!?» la Madre di Nettare d’uva era giunta per concludere la vendita e, trovandosi di fronte a quella scena, inorridì, urlò e colpì Graves sulla schiena per impedirgli di portare a termine il suo gesto.
«Ti serve il denaro della sua vendita per raggiungere tuo fratello, vuoi perderti anche questa opportunità?! È a te stesso che fai del male, non a lei!»
Graves, in ginocchio vicino a Mariko, sembrò rinsavire, i suoi occhi si spensero la sua schiena si incurvò. Concluse l’affare ed incassò il denaro per la vendita di Mariko. Prima che la bambina salisse sulla carrozza per essere portata via Graves si le si avvicinò. Mariko, che non riusciva a smettere di tremare, lo aveva guardò negli occhi di sfuggita e vi trovò solamente tristezza. «Scusami…»
Furono quelle le ultime parole che l’uomo le rivolse.
Quando la madre e la piccola Mariko furono arrivate a Nettare d’Uva, la Madre presentò la bambina alla casa, dove le dame che vi abitavano non furono per niente contente dell’acquisto: la storia di Mariko la bambina maledetta era giunta fino a loro.
«Non mi interessa cosa pensiate voi dame, questa bambina è straordinariamente bella e mi è costata pochissimo!» Disse perentoria la madre alla riunione delle dame. «Mariko nono sarà presentata né mostrata a nessuno. Nessuno dovrà parlare di questo acquisto. Spargerò la voce che la bambina maledetta è morta in quel rogo e che il fuoco ha purificato anche il suo spirito, così che non tornerà per vendicarsi. Nei prossimi anni Mariko resterà chiusa in casa, servirà e sarà come un’ombra. Ad ogni alba si recherà al tempio sulla montagna e chiederà di essere liberata dalla maledizione. Io non credo che lei sia maledetta, ma le preghiere e la purificazione del tempio non le faranno di certo male. Vi prometto che se dovesse capitare qualcosa di brutto la porterò di persona al tempio e lì sarà sacrificata per placare l’ira degli dei. Forse vi sembrerà un azzardo, ma questa bambina promette di essere incredibilmente bella e nei suoi occhi scorgo già adesso una sensualità senza pari. È stato un affare per noi ed io devo solo pensare al benessere della casa.»
Per i giorni a venire Mariko vide tutte le dame lamentarsi a turno con la Madre per la scelta, intorno a lei vi erano ancora sguardi d’odio. Non ricordava molto di quei giorni ma le preghiere che allora rivolse agli Dei, tremante ed impaurita di non essere esaudita, le ricordava perfettamente. Sperava che, se avesse promettendo di essere sempre la migliore per la Madre, gli Dei le avrebbero permesso di aver finalmente trovato una casa e di non essere più abbandonata.

Riemersa dai suoi ricordi Mariko prese una decisione, non avrebbe abbandonato quella bambina, come era stata abbandonata lei, in un modo o nell’altro le sarebbe rimasta accanto.
«Forza» Disse Mariko più a sé stessa che alla bimba «Andiamo!»

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