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La Dama della Ombre – Capitolo 2

Mariko girò intorno alla casa ed arrivata davanti alla porta sul retro, tirò fuori dal corpetto del vestito una chiave ed aprì la porta. Il sole era ormai alto e le sue compagne si erano ormai ritirate tutte per riposare. Loro, tutte loro, usavano la porta di servizio posta sul retro per uscire e rientrare negli orari di chiusura della casa; la porta era sempre chiusa a chiave… purtroppo lavorare in quel campo presentava anche dei pericoli. Mariko e la bambina entrarono silenziosamente, sempre mano nella mano, attraversando il corridoio che divideva gli spazi pubblici da quelli privati del piano terra Mariko gettò un occhio in direzione dell’ingresso principale, la Madre non era alla solita postazione, doveva avere già finito i conti, probabilmente anche lei era a riposare. La casa silenziosa ed ombrosa aveva un’aria surreale, Mariko non riusciva ancora ad abituarsi a quella quiete insolita che calava ogni mattina; anche la bimba percepì il lieve nervosismo di Mariko e strinse con più forza la mano che teneva stretta, arrestò il passo e cominciò a tremare. Mariko si fermò e si accovacciò sulle ginocchia, guardando la bimba negli occhi: «Tranquilla piccina, questa è casa mia, ci sono tante amiche qui con me che adesso stanno dormendo. Noi ora ci laviamo un po’ e poi ci riposiamo, al loro risveglio te le presenterò tutte».
La piccola annuì silenziosamente e Mariko, continuando a tenerla per mano, salì le scale che si trovavano in fondo al corridoio per accedere alle stanze private delle ragazze. La sua era l’unica singola, piccola, rimaneva esattamente sopra la grande porta rossa dell’ingresso. Lei era la più famosa e desiderata tra le ragazze del Nettare d’Uva. Entrata nella sua camera Mariko richiuse la porta alle sue spalle, chiese alla bimba di aspettare mentre si sfilava l’abito e lo riponeva in un’ampia cassapanca di legno posta ai piedi del letto. Indossò abiti umili, una camiciola di lino e una gonna lunga fino a metà polpaccio, entrambi color ocra, mentre sopra infilò un piccolo gilet trapuntato marrone.

Una volta accomodatasi si rivolse alla bambina: «Allora, per prima cosa dobbiamo pulirti e darti un’aria meno…» pensò un attimo alle parole da usare «di fortuna, diciamo così!» Nel pronunciare questa frase prese un ampio catino appoggiato sul piano più basso di un mobile scaffalato, sormontato da uno specchio. Il catino era pieno di acqua pulita. Mariko aiutò la bambina a spogliarsi, rendendosi conto di quanto serica e compatta fosse la sua pelle, bianca come le nuvole; le proporzioni di quel corpicino erano perfette. Adagiati i panni a terra Mariko intinse nell’acqua un panno e strofinò il corpo della bimba. Il candore di quella pelle si fece più limpido e Mariko le fissò il viso: la bocca era piccola, rosa intenso, come il bocciolo di un piccolo fiore per poi incontrare il contrasto netto con il manto corvino dei capelli, lisci e lunghi oltre le esili spalle. I grandi occhi neri che la guardavano erano puri, anche se un poco spaventati.
«Bene, ora sei pulita, troviamo qualcosa da farti mettere e pettiniamo questi capelli. Piccola io vorrei sapere come ti chiami, lo hai un nome, vero?»
La piccola la guardò, abbassò lo sguardo ma non rispose. Mariko si accucciò di fronte a lei «So che sei spaventata e scossa per quello che ti è accaduto, ma qui sei al sicuro.» Si morse la lingua per aver parlato prima di averne la certezza, eppure Mariko sperava con tutto il cuore di porre fine al dolore e alla sofferenza di quella creatura così innocente che così intensamente le ricordava sé stessa. «So che non è il massimo, ma non soffrirai né il freddo né la fame, noi ti proteggeremo anche da quei fanatici. Devi cercare di parlare però, di spiegarmi. Capisci quello che dico?»
La bimba annuì. Di nuovo senza emettere alcun suono.
«Sai parlare?» chiese ancora Mariko. La bambina di nuovo annuì silenziosamente.
«Va bene, magari ci vuole un po’ di cibo e di riposo, forza, infila questo.» Mariko porse alla bimba una camiciola simile a quella che indossava anche lei, solo leggermente più stretta, ma sul corpo della bambina diventava vestitino dalle maniche troppo lunghe e notevolmente largo. Allora Mariko le risvoltò più volte le maniche fino all’altezza del gomito e legò alla vita della piccola un cordone.
“Bene,” pensò Mariko mentre le spazzolava i capelli “ora è molto più presentabile, ma il suo mutismo rimane un serio problema. Se la bimba non parla la sua carriera è già segnata. Come faccio a convincere la Madre che sia un buon investimento per la casa tenerla con noi…”.
Terminato il compito, Mariko tornò alla cassapanca dalla quale estrasse un cestino. Al suo interno si trovavano pane non lievitato e frutta secca; porse l’intero cesto alla bimba, che mangiò avidamente tutto il contenuto. Mariko sorrise, era un bene che la bimba avesse appetito. Si avvicinò ad un secchio coperto con un panno, lo sollevò e riempì il mestolo di acqua, che diede alla bimba.
La piccola sembrava più serena ora che era pulita e sfamata. Mariko osservò tristemente il suo cestino per le emergenze vuoto, dopo la fatica fatta per avanzare sempre qualcosa… Ma andava bene così, si disse, quella era certamente un’emergenza. Rimise tutto a posto e si voltò a guardare la bimba, dormiva già, adagiata sul suo letto, era così tenera che a Mariko venne una gran stretta al cuore. “Povera piccola, sola e braccata… capisco perfettamente quello che stai provando”. Chiudendo gli occhi Mariko vide una bambina, sola, in mezzo al buio, che piangeva. In quel momento capì che erano uguali, lei e la piccola che aveva trovato avevano vissuto lo stesso trauma, quello di trovarsi da sole, senza nessuno al mondo su cui poter contare, senza nessun posto dove poter tornare. Quando riaprì gli occhi aveva deciso… l’avrebbe cresciuta come fosse sua figlia e l’avrebbe protetta, a qualunque costo.

Dopo circa tre o quattro ore di riposo Mariko si svegliò a causa del vociare ripreso nella casa. A quell’ora le serve stavano lavorando già da un’ora circa e iniziavano a riprendere le attività anche le Dame minori. Loro non avevano diritto ad una camera singola, e nemmeno doppia, loro dormivano in camere quadruple, e Nettare d’Uva ne contava due. Loro, le Dame che occupavano le camere quadruple, erano solitamente le più giovani, appena introdotte nella Comunità del Crepuscolo, così denominata tutta quella massa di persone che frequentava i quartieri dei piaceri. Queste dame non avevano ancora contribuito al guadagno della casa ospitante, pertanto dovevano svolgervi all’interno i compiti riguardanti la pulizia della loro persona e degli ambienti da loro occupati. Sotto di loro nella gerarchia della casa vi erano solo le serve. Giovanissime, alcune aspiranti Dame, altre tradite dal loro aspetto grossolano o dal fare rozzo. Le serve dormivano in una stanza sola, tutte insieme ed il loro numero variava, a volte ne avevano avute molte, altre volte poche. Le serve erano libere di andare non appena avessero saldato il loro debito, ma una sola, la Matrona, non andava mai via. Era l’organizzatrice nonché istruttrice delle serve, inoltre badava a tutti gli aspetti materiali e di sussistenza della casa. Lei aveva un piccolo spazio personale all’interno della stanza delle serve. Di solito era una sorella della Madre, o magari una figlia non abbastanza graziosa, ma non sempre. A Nettare d’Uva la Matrona era una ragazza che la Madre aveva raccolto dalla strada anni addietro, che aveva sviluppato un terribile aspetto fisico, bilanciato solo da spiccate doti organizzative e pratiche.
La Madre era l’amministratrice della casa, autorità suprema all’interno delle mura. Tutte erano in debito con lei, teneva tutti i conti delle spese per il mantenimento delle ragazze e i guadagni incassati dal loro lavoro, sia quello con i clienti sia all’interno della casa, come nel caso delle serve, che non avevano mai contatti con il pubblico pagante. L’unica ad avere saldato il suo debito e quindi a portare guadagno puro alla casa era la Prima Dama, lei aveva la sua stanza personale, era la Dama più bella e talentuosa, oltre che la più famosa, a volte dell’intero quartiere dei piaceri. Sotto di essa le Dame Celesti si distinguevano per bravura e notorietà, ma a differenza della Prima Dama il loro conto era ancora aperto.
Mariko sapeva di essere importante all’interno della casa, non solo era la Prima Dama di Nettare d’Uva, ma era anche giovane, ciò significa che, probabilmente, avrebbe continuato a portare denaro nelle casse della casa per molto tempo. Questo le conferiva un vantaggio nell’avanzare la sua richiesta e prima fra tutte doveva convincere la Madre e poi la Matrona. Entrambe avevano l’autorità per imporre una decisione a tutta la casa ma Mariko avrebbe voluto che la bambina fosse accettata da tutte. Vivere in un mondo chiuso e composto di sole donne come Nettare d’Uva generava naturalmente fin troppe invidie, a nessuno sarebbe servito il pregiudizio che molti nutrono verso i Figli delle Ombre, etnia di cui faceva parte la bambina, perciò Mariko avrebbe dovuto fare del suo meglio per far accettare la piccola, a costo di scendere a compromessi molto onerosi.

Dopo aver aperto gli occhi, Mariko si alzò ed uscì dalla stanza, avendo cura di chiudere la porta a chiave in modo che nemmeno le serve potessero entrarvi. Poi scese le scale e si presentò alla porta della camera della Madre. Bussò piano, non voleva correre il rischio di svegliare la Madre, il suo sonno era poco e necessario per migliorare il suo umore. Una voce ben chiara rispose «Entra».
Mariko aprì piano la porta, con eleganza, come da etichetta. Ormai non riusciva più a muoversi normalmente, era così abituata ad essere morbida e soave nei movimenti al cospetto dei clienti, che il suo portamento si era modificato permanentemente.
Entrò nella stanza richiudendo la porta dietro di sé, appena si voltò, l’ampia stanza si aprì ai suoi occhi. Al centro la grande finestra si affacciava sulle radure dei luoghi non ancora lambiti dalla periferia della città, il sole ed il verde della vegetazione riempivano la stanza di luce. Davanti alla finestra vi era una scrivania di legno massiccia ed imponente, le gambe erano decorate e il piano lucido rifletteva i raggi del sole. Seduta dietro al piano vi era la Madre, troneggiava sulla poltroncina imbottita, il petto rigonfio, il mento rivolto verso l’alto. Lì dove tutto era cominciato un tempo, nello stesso luogo e con la stessa postura stava immobile la stessa bella donna dell’epoca. I capelli però, si erano fatti più radi, per lo più candidi e la pelle si era come seccata, gli occhi erano più spenti di un tempo, ma il taglio allungato le donava sempre un’aria severa.
«Oh sei tu Mariko, non ti aspettavo» disse impassibile la Madre.
«Si Madre, scusate il disturbo. Stamane, dopo aver terminato il lavoro, mi sono recata nel sobborgo appena fuori i confini del quartiere di piacere per sgranchire le gambe» Mariko esitò appena, sapeva che la madre non approvava questa sua pratica, ne avevano discusso parecchio in passato.
La Madre rimase immobile. Mariko si sforzò di proseguire «Ebbene, durante questa passeggiata ho trovato una bambina, un’orfana.»
Mariko si fermò, non aveva detto tutto, ma le sembrava abbastanza in una sola frase.
«E in che modo questo dovrebbe interessarci?» ribatté bruscamente la Madre.
«Ho praticamente assistito all’omicidio della madre, sarebbe stata uccisa anche lei se non avessi deciso di portarla con me, qui a Nettare d’Uva.» La Madre spalancò gli occhi e si tirò su dall’appoggio che la poltroncina offriva alla sua schiena.
«Cosa? Hai portato qui la figlia di una fuorilegge? Come osi!?» disse la Madre con tono acuto, quasi stridulo.
«No Madre, mi avete fraintesa» intervenne subito Mariko «non è la figlia di una fuorilegge, è una perseguitata… lei è… una Figlia delle Tenebre». Mariko non sapeva bene quale fosse il loro valore, ma aveva sentito dire che erano molto apprezzate le Dame di quella razza.
«Oh. Una Figlia delle Tenebre hai detto…? Credi che sia purosangue?» chiese la Madre, molto più calma di prima, anzi, quasi compiaciuta.
«Credo di sì Madre, ma non sono tanto abile da poterglielo assicurare.»
«Bene, i miei occhi sono molto abili invece, lei è qui? La bambina intendo?»
«Sì, ora sta riposando nella mia stanza.»
«Bene, se sarà purosangue potrei pensare di tenerla con noi, ma ti parlo onestamente Mariko, il prestigio dei quartieri di piacere sta calando, abbiamo meno clienti di un tempo e non possiamo sobbarcarci la spesa per sfamare la bambina ed addestrarla. Appena avrà l’età la venderei ad una casa di piacere della capitale. Le Dame Figlie delle Tenebre sono molto ambite alla corte reale.»
Questo era un problema, Mariko non voleva affatto che fosse venduta a chissà chi, voleva tenerla con sé e proteggerla. Voleva renderle quel lavoro bello, quasi appagante, sicuramente non squallido come i suoi primi anni.
«No Madre, permettetemi». La madre, che nel frattempo si era accesa una sigaretta si voltò di scatto verso Mariko, che osava contraddirla. Senza permetterle di ribattere proseguì mentre ancora la Madre inspirava la sigaretta per accenderla.
«Non possiamo permetterci di cedere una merce così preziosa. Se non abbiamo soldi dividerò io la mia razione con lei, divideremo l’acqua per lavarci, lo spazio, gli abiti, tutto. E penserò io personalmente al suo addestramento.»
«Con che coraggio, Mariko. Così metterai a rischio la tua carriera, lo sai?» La madre aspirò ancora dalla sigaretta prima di proseguire «Potrei permetterlo a patto che i suoi incassi vengano a me, come fossero tuoi.»
«Va bene, lei però non avrà mai un conto da saldare e…»
«Cos’altro vuoi per essere disposta a cedermi tutto?»
«L’eredità della casa. Vorrei essere la futura Madre di Nettare d’Uva.»
Mariko sapeva che era una richiesta molto azzardata, ma si sarebbe assicurata la vecchiaia, sua e della piccola, o almeno lo sperava.
«Mmmmh….» la madre aspirò nuovamente, ed aspettò prima di espirare, così che ad ogni parola uscisse un filo di fumo «D’accordo Mariko, vedo che non ti smentisci mai ad ambizioni. Va bene lo farò, ma ad una condizione. Solo se riuscirai a fare entrare la bambina alla corte reale.»
Era una sfida molto ardua, ma lei era Mariko, la Prima Dama di una delle case migliori di tutto il regno, se si fosse impegnata sarebbe potuta arrivare ovunque.
«Accetto…Madre».

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