Eppure si nota, si sente vibrare forte nel petto, la differenza che fa guardare l’orizzonte sul mare oppure sulla terra. Forse sulla terra non si riesce mai a vederlo bene davvero, nitido, lineare come invece accade sul mare.
Non importa che il tuo punto di vista sia da una barca adagiata suo pelo dell’acqua oppure dalla terra ferma, l’orizzonte sul mare ti cattura e ti proietta in un punto imprecisato nello spazio dove puoi percepire la presenza stabile e reale di un al di là.
Al di là che non è da intendere come luogo dove si va dopo la morte, ma semplicemente un posto che sta al di là di una qualche linea, un confine esistente eppure impercebile. Ma quando guardo quella linea dolce, quasi fragile, percepisco che lì, in quel punto dell’orizzonte, qualcosa di “altro” c’è. E non è più un miraggio o un sogno, è realtà.

Ed è quando mi trovo a sentire che la natura intorno a me non solo vive, ma ha una storia da raccontare che mi affiorano alla mente tutte le leggende e la storia giapponesi che traggono le loro radici dai toponimi.
I toponimi, letteralmente 地名 ちめい chimei “nome di una terra” ci invitano a capire che il luogo dove viviamo contamina e solletica il nostro inconscio trasmettendoci archetipi che sono funzionali al territorio stesso in cui siamo nati ed in cui vivremo. Così si struttura una tradizione orale di leggende e racconti di un vissuto che non è umano, ma è di ciò che appare davanti a noi, di ciò che vediamo.
Anche se non conosciamo queste storie, le possiamo percepire, osservando il mondo intorno a noi e assorbendo dal contesto i significati del nostro territorio. E l’Italia come il Giappone sono paesi con un forte contatto con il mare, e si sviluppano numeroso leggende riguardanti il regno del mare e me anche sulla linea dell’orizzonte.
Presto un articolo specifico metterà a confronto leggende e storie dei due mari, italiano e giapponese!