Nonostante si fosse ripromessa di non tornare più lì, alla fine aveva ceduto alla tentazione. Il grande portone era di fronte a lei e Tabata lo guardava estasiata, come sempre, quel giorno però, le sembrava un po’ diverso dal solito…quasi vulnerabile, rispetto al suo solito ergersi così imponente e massiccio. Illuminato dalla luce del sole, lasciava che gli occhi di chi lo stesse osservando si potessero posare sui suoi dettagli più piccoli. La luce che lo inondava accendeva di sfumature ramate le venature del legno, mettendo a nudo ogni intarsio, perfetto ed elegante. Mani abili si erano un tempo soffermate sul materiale grezzo da cui era nato quel portone così maestoso e raffinato. In un tempo lontano “ma non un tempo perduto”, pensò Tabata. I suoi occhi verdi si accesero di una scintilla maliziosa. Mentre spingeva l’anta per entrare, pensò che forse lì avrebbe potuto trovare anche quel tempo e quello spazio…quello in cui gli artigiani avevano costruito il portone che dava accesso alla sala dei mondi.
Ogni volta che Tabata accedeva a quella stanza così preziosa per lei, la prima cosa che l’accoglieva era quell’odore inconfondibile: l’odore delle possibilità, come era solita chiamarlo. Peculiare e indescrivibile, lo trovava così attraente da non riuscire a farne a meno. Appena entrò nella sala, calma e silenziosa come sempre, fece qualche passo socchiudendo gli occhi e poi si fermò ad annusare. Aprì i polmoni e inspirò quanta più aria potesse. Voleva che quell’odore penetrasse in ogni cellula del suo corpo. Voleva farlo suo e custodirlo al suo interno. Ma, mentre nella sua mente stavano prendevano forma pensieri lascivi, Tabata si ricordò che si era ripromessa di non farlo più, eppure nulla era riuscita a tenerla lontana da quel luogo per troppo tempo. Riaprì gli occhi, appena velati di tristezza. Aveva provato, lei sola sapeva quanto, ma non era riuscita nel suo intento. Quel posto era così dannatamente eccitante da non permetterle di stargli distante troppo a lungo.
Lo spazio intorno a lei era ampio e sgombro, invece le pareti erano completamente ricolme, tappezzate di porte. Porte diverse tra loro: alcune spaventose, altre bucoliche, altre ancora profumate e alcune persino sporche di sangue. Quelle, tutte quelle, erano le porte dei mondi. Ognuna di loro permetteva l’accesso ad un altro mondo, una cosa che Tabata sapeva fin troppo bene. Tante volte aveva varcato quelle soglie, sempre diverse, ed ogni esperienza era stata emozionante a suo modo, ma l’ultima volta fu diverso. Il suo ultimo viaggio fu davvero traumatizzante. L’aveva scossa così nel profondo da farle decidere di smettere. Ma col passare del tempo, la tentazione aveva vinto sulla paura, la curiosità sull’ansia, la voglia di provare ancora sull’autoconservazione.
“D’altronde,” si ripeteva sempre Tabata “per noi viaggiatori non ci sono veri rischi.” In effetti non vi erano leggi in merito alla tutela dei viaggiatori, ma le regole del gioco erano così chiare ed inviolabili da non necessitare di alcuna altra norma precisa con cui regolare i viaggi. I viaggi nei mondi erano liberi, tutti potevano farlo, ma per fortuna, non tutti erano interessati a farlo o ne erano in grado. Ogni viaggio prevedeva l’interazione passiva del viaggiatore. In sostanza non si potevano cambiare in alcun modo i fatti avvenuti, sia che il mondo fosse lo stesso in cui viveva Tabata, ma solo in un altro tempo oppure che si trattasse di mondi completamente diversi. Le regole erano chiare, si poteva interagire, ma non era possibile cambiare la storia. Per questo i viaggiatori non rischiavano mai la loro vita all’interno del mondo che avevano scelto e non potevano mai fermarsi a lungo, perché in ogni caso la storia procedeva, fino ad arrivare inevitabilmente alla fine. Nonostante questo, si erano registrati casi di persone sensibili o manipolabili che si erano lasciate corrompere dal mondo che avevano visitato, causando in loro disturbi più o meno difficili da gestire. Come Agnes, una vecchia amica di Tabata che una volta si era innamorata di un essere presente in un altro mondo. Le regole non permettevano lo svilupparsi di sentimenti tra persone appartenenti a mondi diversi. Per Agnes fu un periodo molto difficile, restò lontana dalla sala dei mondi per moltissimi anni prima di riuscire a dimenticare il suo amato. Anche a causa di quell’esperienza Tabata avrebbe voluto smettere. Sapeva bene che nessun viaggio era privo di rischi, ma non riusciva a smettere di varcare quelle soglie. Più porte attraversava e più avrebbe voluto attraversarne, per conoscere, per scoprire, per stupirsi, per vivere.
Al centro della stanza vuota Tabata fissava l’interminabile fila di porte, tutte ordinate, pulite e affiancate le une alle altre. Erano tutte della stessa dimensione ed avevano un piccolo foro all’altezza del viso. Da lì, l’aspirante viaggiatore poteva scrutare un piccolo angolo di quel mondo. Una volta fatto, poteva decidere se aprire la porta oppure tirarsi indietro. Quel giorno Tabata fu attratta da una porta verde, screziata da lampi smeraldo. Ormai aveva sviluppato un certo sesto senso per le porte, riuscendo a capire se fossero davvero di qualità, basandosi solo sul loro aspetto esteriore. Lei aveva quella capacità, riusciva a capire quando un oggetto, o persino una persona, era dozzinale. Non sapeva spiegare come fosse possibile, ma riusciva a leggere l’unicità nell’anima delle cose e delle persone. Quella porta era così, unica e per nulla dozzinale. Mentre la scrutava concentrata, Tabata sentì echeggiare nel vuoto delle stanze che si susseguivano, lo schiocco secco dei tacchi bassi e larghi, tipici delle scarpe da uomo. Era Ghilius, il custode dei mondi.
«Tabata, cara ragazza, sapevo che saresti tornata. In tutti questi anni trascorsi in questo luogo ho imparato bene a riconoscere i veri viaggiatori.»
«A quanto pare avevi ragione… per quanto abbia cercato di starci lontana, questo posto mi chiama a sé.» disse Tabata con un po’ di vergogna, ricordando con quanto ardore aveva giurato al custode che non sarebbe più tornata dopo l’ultima volta.
«Scommetto che sei attratta da questa…» Ghilius mosse il dito indicando proprio la porta verde che Tabata stava fissando prima del suo arrivo. «Questa non è una porta qualunque ragazza mia, è molto preziosa e potente ed è fatta interamente di giada, una preziosa pietra dura.»
«L’hai attraversata?» dalla voce di Tabata trasparì un po’ di timore reverenziale. Il custode era stato un grandissimo viaggiatore, inoltre le aveva confidato che ancora oggi, nonostante il suo incarico, quando la sala restava chiusa, apriva le porte ancora inesplorate e si tuffava in viaggi emozionanti. Ghilius era stato in così tanti mondi da meritarsi l’appellativo di Signore dei Mondi… in molti giungevano presso di lui per farsi consigliare, e non solo in merito a quali mondi visitare.
«Certo cara, l’ho attraversata molte volte. Questo è un mondo molto antico, capace di offriti insegnamenti sempre nuovi, e per quante volte lo si visiti riesce sempre a stupirti e a fornire una risposta, a volte senza nemmeno sapere di avere una domanda nel cuore prima di entrare. Bada però, non è un viaggio facile. Durante questo percorso dovrai affrontare molte prove ma conoscerai anche molte persone forti, determinati e indecifrabili. Ti assicuro però che è un viaggio che va affrontato almeno una volta nella vita.»
Tabata non stava più nella pelle, la descrizione di Ghilius l’aveva sicuramente spaventata, ma era elettrizzata all’idea di intraprendere un viaggio così epico. «Ce la farò secondo te?»
«Magari non capirai ogni sfumatura di ogni evento che vivrai ma sì, sei in gamba abbastanza per farcela, ne sono sicuro!»
«Ho deciso allora. Grazie Ghilius, i tuoi consigli sono sempre preziosi.»
Mentre pronunciava queste parole Tabata si avvicinò alla porta. Era davvero bella ed al tatto gli sembrò tiepida, attraverso la punta delle dita poteva percepire che la vita in essa racchiusa era forte e profonda, densa di misteri e di avventure incredibili e lei ne avrebbe preso parte. Guardò la maniglia, semplice ma raffinata, l’eleganza era un tratto distintivo, tipico delle porte speciali. Appoggiò la mano e spinse per aprire la porta, stava iniziando il suo viaggio straordinario.
Il campanello suonò, ridestando Tabata dai suoi pensieri così emozionanti e prepotente si intromise la voce dell’annunciatrice che gracchiò negli altoparlanti «Preghiamo i gentili clienti di recarsi verso le uscite, la biblioteca chiuderà tra quindici minuti. Grazie.»
Senza che se ne fosse accorta, era già arrivata l’ora di pranzo. In una mano stringeva la ricevuta che il vecchio Ghilius, le aveva dato a conferma del noleggio del libro. Nell’altra mano invece, teneva il libro che aveva scelto, guidata dal consiglio del bibliotecario. Tabata e Ghilius si guardarono, sorridendo. «Ci vediamo per la prossima avventura cara…» disse il canuto vecchietto. «Contaci!» rispose Tabata, che sorridendo si avviò verso la porta, desiderosa di aprire la copertina del nuovo mondo che aveva scelto e attraversare così quella porta.