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Il volo della gru

Anche quella notte aveva visto avvicinarsi l’alba, che con il suo chiarore aveva inondato la stanza dando ancora più vigore al candore del foglio. Quel foglio che, ancora una volta era rimasto bianco.

Non riusciva a definire né quando, né perchè fosse accaduto, ma qualcosa dentro di lui si era spezzato. Non erano più giorni e nemmeno settimane, erano mesi ormai che il foglio di carta di riso davanti a lui rimaneva immacolato. Nel preparare l’inchiostro, come sempre, Shinji sfregava la mattonella, sumi, dentro la vaschetta di ceramica, suzuri, insieme a poche gocce d’acqua. Il lento e ripetuto sfregare dei due elementi generava il calore necessario a far ammorbidire la mattonella d’inchiostro che, lambita dall’acqua sprigionava il suo nero, denso pigmento che colorava e rendeva infine inchiostro, l’acqua.

Quel gesto, ripetitivo, che Shinji stesso aveva eseguito migliaia di volte serviva a creare nella mente del calligrafo quel vuoto così ricco di energia creatrice. Solo il vuoto poteva dar spazio dalla creazione, solo il vuoto poteva lasciar entrare il nuovo, il senso, e con esso il simbolo.

Ma nell’ultimo periodo Shinji non riusciva a creare qual vuoto sacro, anzi, più sfregava la mattonella per formare l’inchiostro e più esso lo catturava ed imprigionava. Si sentiva trascinato nel profondo di quel buio. Poteva avvertire il calore del fuoco da cui era nato l’inchiostro, percepiva lo scoppiettare del legno, avvertiva il senso di smarrimento del legno che muore e si trasforma in denso fumo. Percepiva l’oscurità del forno chiuso dell’artigiano, percepiva il raschiare continuo e penetrante del fumo lungo le pareti tonde di quella bara calda, rovente. Percepiva la volontà del fumo di trovare spazio, percepiva la spinta verso l’alto, bloccata dal tetto del forno. Percepiva il dolore di un percorso forzato, di uno sgretolarsi per trasformarsi ancora. Percepiva il fumo, era fumo.

Il fumo lo inghiottiva, lo penetrava e lui si ritrovava risucchiato in un punto indefinito, profondo, nel ventre della terra. Si ritrovava tremante, davanti al foglio bianco, il pennello in mano, immobile, incapace di esprimere se stesso. Incapace di accettare, di creare.

Shinji aveva iniziato a percorrere la Via del pennello, detta Shodō a soli cinque anni, costretto dal padre. All’inizio detestava quell’attività, noiosa e ripetitiva. Eppure doveva farlo, e lo fece, per lunghi anni. Fino al giorno in cui incontrò il suo maestro. Shinji aveva ormai quindici anni, suo padre lo considerava un uomo e riteneva fosse giunto il momento di affidarlo ad un maestro. Così Shinji smise di fare lezione con il padre per passare agli insegnamenti più fruttuosi di quell’illustre maestro. Per Shinji però, non era cambiato nulla, avrebbe continuato a portare avanti quell’attività che non gli interessava e questo lo deludeva molto. Aveva l’età per ribellarsi, e avrebbe voluto farlo, ma sapeva che fino a che non fosse stato in grado di mantenersi non avrebbe potuto mettersi contro suo padre, perciò non gli restava che resistere e trovare lavoro non appena diplomato.
Giunse a casa del maestro per la prima lezione in un caldo pomeriggio di primavera, la città era tinta di rosa, i ciliegi erano in fiore e il loro profumo dolce si spargeva nell’aria. La casa del maestro era molto grande, con un grande giardino interno, tutto, come ci si poteva aspettare, era in stile giapponese tradizionale. La domestica accompagnò Shinji in una struttura separata dal resto della casa, sul retro dell’edificio principale, entrando capì che era un dōjō, una palestra per allenarsi nella pratica delle arti marziali. Rimase sorpreso, forse la domestica lo aveva accompagnato nel posto sbagliato.

“Entra ragazzo.” La voce del maestro era limpida e forte. Per un attimo Shinji immaginò i caratteri creati dal maestro, tratti netti e decisi, pieni di forza e rigore eppure dotati di armonia ed eleganza in un perfetto equilibrio di spazi e forme. Shinji si avvicinò al maestro, per terra erano appoggiati gli strumenti per la calligrafia.

“Maestro non credo che questo sia il luogo giusto per praticare, il legno è duro per le gambe e scivoloso per la carta.” Disse Shinji con voce stanca e lamentosa.

“Ho visto i tuoi caratteri. La tecnica di esecuzione è buona, ma mancano di forza. Sono deboli, come il tuo spirito. Ti senti schiacciato dalla figura di tuo padre, probabilmente a scuola non sei certo un esempio da seguire per i tuoi compagni, che ti trovano piuttosto cupo e schivo. Si vede dalla qualità dell’inchiostro, non danza sulla carta, si contorce su essa.”

Shinji rimase sconvolto, davvero quell’uomo aveva capito tanto di lui soltanto guardando i caratteri da lui eseguiti? Oppure lo aveva seguito e spiato? Shinji non riusciva a capacitarsene.

“I tuoi caratteri sono morti. Attraverso quest’arte hai la possibilità di creare, ma tu non ne sei capace. Non hai capito niente dello Shodō come non hai capito nulla di te stesso. Non credo tu abbia speranze, ti manca la forza e la volontà di essere forte. Perciò puoi andartene, dirò io a tuo padre che è meglio così.”

Shinji per la prima volta vedeva nitida la possibilità di abbandonare quel supplizio e ne era immensamente felice, ma … C’era un “ma” dentro di sè. Il maestro aveva ragione, era un debole e lo sapeva benissimo. Per colpa di quella sua debolezza aveva perso la ragazza che amava, finita tra le braccia del suo migliore amico. Per colpa della sua debolezza aveva perso la gioia di vivere, preferendovi un muto torpore.

“No, non me ne andrò. Mi insegni la forza Maestro, non resterò più fermo ad osservare la vita.” Shinji pronunciò quelle parole arso dal fuoco della rivalsa, voleva cambiare, voleva capire a cosa aveva dedicato tanto del suo tempo e dove quel maestro lo avrebbe portato. E così fu, il maestro restò al suo fianco per molti anni nel corso dei quali imparò molte cose.

Dal dōjō avrebbe appreso la forza, dai ritiri in montagna avrebbe appreso la potenza del silenzio, dagli esercizi immerso nell’acqua del torrente il lasciarsi andare. Il maestro forgiò il suo animo permettendogli di apprendere ogni sfumatura di quell’arte che non era altro che il riflesso della vita.

Dopo vent’anni di esercizi e perfezionamenti con il maestro, dopo esser stato definito il talento più puro da tutto il paese, il maestro lo aveva lasciato, sicuro di aver completato l’opera, avendogli donato tutti gli strumenti per creare il carattere perfetto.

Eppure Shinji si era perso. Erano passati tre anni dalla morte del maestro e per Shinji quel giorno segnò l’inizio del suo declino. Credeva di aver elaborato il lutto e l’abbandono. Aveva creduto che il maestro avesse ragione, che fosse pronto a camminare da solo, ma in realtà nulla era stato uguale a prima, dopo la morte del maestro. Il suo lento declino era culminato nell’incapacità di creare ed ora non vi era più il maestro a cui chiedere aiuto. Le parole del maestro non avrebbero più illuminato la sua strada nei momenti di buio.

Shinji decise così di recarsi sulla tomba del maestro, nella speranza che la sua vicinanza fisica gli fosse di aiuto. Giunto davanti alla lapide osservò i kanji scolpiti nel marmo, precisi, puliti, piatti. Morti, come si addiceva ad una lapide. Aveva portato con sè una ciotola di riso e dell’acqua come tradizione, inoltre voleva lasciare lì accanto alla lapide della carta di riso ed un pennello già intinto nell’inchiostro, per permettere allo spirito del maestro di creare ancora, nonostante tutto. Shinji si inginocchiò davanti alla lapide dopo aver messo tutto in ordine davanti ad essa. Fissò il foglio bianco per terra, sotto le sue ginocchia. Ancora una volta davanti a lui vi era un foglio bianco. Lo fissò intensamente, questa volta non erano nemici, poteva guardarlo con serenità, questa volta andava bene così, che restasse bianco. D’un tratto però il foglio cominciò a presentare delle macchie grigie, come gocce cadute dall’alto. Shinji volse il viso al cielo per scrutarlo e trovare qualche nuvola responsabile dell’accaduto, ma il cielo era sereno, gli alberi in fiore frusciavano al passaggio del vento tiepido che accarezzava qual pomeriggio di aprile. Non erano gocce di pioggia quelle a increspare il morbido candore del foglio, ma le sue lacrime.

Lacrime che non credeva più di avere. Lacrime che non aveva più versato da quando a cinque anni gli era stato imposto di studiare calligrafia. Ma in quel momento Shinji cominciò a piangere, e lo fece ininterrottamente per ore, pianse tutte le lacrime che per anni aveva soffocato, anche quelle per la morte del maestro. Straziato nell’anima Shinji chiedeva aiuto, implorava il suo maestro di illuminare ancora un’ ultima volta il suo percorso e permettergli così di riprendere a creare.
Era primavera, come quel giorno di ventitré anni prima, al suo primo incontro con il maestro, il tepore del sole non riusciva, oggi come allora, a sciogliere il gelo tetro ed immobile che teneva sotto scacco il suo cuore e la sua capacità creativa.
Shinji guardò la lapide, il viso irriconoscibile, paonazzo, rigato di lacrime. Il cuore gli batteva all’impazzata, si sentiva perso, riusciva a vedere solo buio innanzi a sé, come il denso e profondo nero dell’inchiostro che non riusciva più a domare.
Il cuore si Shinji gridava, seppur in silenzio, ma era certo che lo spirito del maestro potesse sentirlo. Sperava, pregava che qualcosa avvenisse, che qualcosa gli permettesse di poter vedere, anche sfuocata ed immersa nella nebbia, una via.

Shinji non aveva più la forza di resistere, era stremato, lasciò cadere la sua schiena a terra, sul foglio. “Vi prego maestro… Aiuto…” sussurrò con un filo di voce incrinata.
In quel momento tutto il circondario fu scosso da un repentino rinforzarsi del vento. Stavolta freddo, sferzante. Soffiò forte e sollevò polvere e terra ovunque lì intorno, sui sentieri, tra le lapidi. Shinji chiuse gli occhi per proteggersi, poi sentì uno schiocco ed un altro ancora, Alzò lo sguardo, il vento sollevò gli angoli del foglio e nel frattempo, il pennello era caduto dai gradini davanti alla lapide dove lui lo aveva sistemato.

Il tempo sembrò fermarsi, Shinji potè osservare la scena come al rallentatore. Il pennello cadendo rotolò fino al foglio, lì incontrò la carta di riso bagnata dalle sue lacrime e la terra portata dal vento. Nell’istante del contatto qualcosa prese forma, il pennello, appena intinto nell’inchiostro dipinse, insieme alle lacrime di Shinji, un profilo, la terra spazzata dal vento delineò lo sfondo.
Il vento si placò, sul foglio Shinji vide l’opera dal maestro, l’ultima.
Era un bellissimo paesaggio, una montagna, yama, e un unico carattere parevano emergere dal foglio.
Per Shinji fu come una folgorazione, c’era un’unica Montagna per i calligrafi, il monte del tempio del Grande Monaco Calligrafo Kukai, il maestoso monte Koya-san.
Shinji sentì il suo cuore esplodere di gioia, il suo maestro lo aveva ascoltato, gli aveva indicato la via ed aveva portato speranza nel suo animo in tumulto. Eccitato e felice, felice dal profondo, raccolse l’opera, e corse via.

Giunto al monte Shinji prese posto in una delle camere del tempio. Per i monaci che ancora vi dimoravano non era insolito avere ospiti, da calligrafi a studiosi, anche semplici turisti a volte. Shinji era una persona nota e i monaci lo accontentarono nella sua richiesta di avere una camera che affacciasse sul giardino, così da poter prendere ispirazione durante la stesura delle opere.
La sua camera era pulita, arredata in stile giapponese, perciò non aveva molti mobili, né orpelli. La semplicità e l’armonia che emanavano da quel luogo riuscivano a mettere a suo agio Shinji, che passava ore ad osservare il giardino, con il suo lago ricco di carpe, i suoi alberi, piantati ad arte a suo tempo. Tutto ricreava un ‘atmosfera di pace e contemplazione. Passarono i giorni e Shinji si dedicò solo alla contemplazione e all’interiorizzazione degli avvenimenti avvenuti al cimitero.
Si era recato sul monte, come “detto” dal suo maestro, ma lì non aveva trovato altro che quiete. Sentiva di non potersi ancora avvicinare al pennello. Era ancora in bilico sul precipizio della sconfitta. L’inchiostro poteva ancora inghiottirlo.

I giorni trascorsi nella quiete del monastero lo avevano rasserenato, ma Shinji non aveva ancora compreso come evitare che l’inchiostro lo imprigionasse nella sua gabbia nera e fuligginosa. Come si poteva estrarre dall’ombra la leggiadria delle pennellate? Come poteva far scivolare il pennello sul candore del foglio senza che si percepisse solo lo scempio che l’oscurità porta alla vita?
Mentre Shinji continuava ad interrogarsi sulla sola capacità che non aveva ancora appreso, guardò il cielo scrutando l’azzurro sconfinato della volta, sperando che un raggio di sole penetrasse ad illuminare appena il suo cuore confuso.

Era giunto l’imbrunire. Aprile aveva lasciato il passo a maggio e sul monte le giornate si erano fatte più lunghe. L’oscurità, sebbene ridotta sempre di più dall’avvicinarsi del sole, giungeva, Sempre.
Il cielo era tinto di colori freddi, argentei, il cielo d’un pallido celeste si spegneva pian piano, lasciando spazio al blu intenso della notte. Le ombre del giardino si erano fatte più dense, i contorni sembravano sfuocati. I confini svanivano, e la netta separazione tra luce ed ombra, creata dal giorno, lasciava il passo alla nebbia dell’imbrunire, che tutto confonde, che tutto inghiotte.
Il lago placido sembrava un’oscura pozza nera, come un pozzo di cui vedi l’inizio, ma non la fine. Tutto stava scurendo, perdendo di vita. Tutto era pronto all’immobilità ed al silenzio della notte. Tutto si stava tingendo di nero inchiostro.
Shinji si sentiva pervadere da quel nero, quasi come se fosse pronto a possederlo, forse, ormai, per sempre.
Ma d’un tratto un lampo bianco squarciò il mantello nero della notte. Shinji impiegò alcuni secondi per mettere a fuoco l’immagine e decifrarne le forme. Era una gru, bianca, rapida e affusolata. Volava sopra il lago, a pelo dell’acqua, una zampa era immersa nel liquido nero, increspandolo al suo passaggio.
La zampa nera sembrava intrappolata in quell’acqua nera, oscura, densa.
Poi, Shinji guardò meglio. La gru non era affatto intrappolata, lei nasceva dall’acqua stessa, come un germoglio che cresce al riparo, nell’oscuro ventre della terra, per poi da esso distaccarsi, fuoriuscendo, colorando la vita.
Per Shinji fu come una rivelazione. Il suo errore era proprio lì. Shinji viveva l’inchiostro come l’elemento più buio, qualcosa da cui scappare. Invece, era proprio da quell’oscurità che doveva farsi cullare. Lì, dentro il nero più fitto, Shinji doveva trovare la combinazione che avrebbe dato al candore del foglio la vita. La creazione era proprio questo. Ombra e luce, inchiostro e carta, sono una la condizione necessaria per l’esistenza dell’altra.

Shinji si affrettò al suo tavolo, prese i materiali, afferrò il pennello con decisione e finalmente riuscì a farlo danzare. I tratti decisi, armoniosi e graffianti si mostravano in tutta la loro complessa veridicità. Ogni lampo di luce, di vita, invadeva in ogni centimetro i pigmenti scuri dell’inchiostro.

Aveva trovato il suo equilibrio. Non avrebbe più negato l’ombra, non sarebbe più scappato. Avrebbe osservato l’ombra e con sicurezza avrebbe lasciato entrare la luce.
L’ombra è la condizione, la luce la via.

Il mattino seguente Shinji si sentiva rinato. Consapevole del suo cammino e degli strumenti in suo possesso. Accanto a sé sapeva di poter comunque ancora contare sul suo maestro e sulla sua guida e questo lo rendeva più sicuro.

Quel pomeriggio Shinji si recò dall’abate del monastero per comunicare che se ne sarebbe andato al termine di quella settimana. Il monte lo aveva aiutato a ritrovare la via, guidato dal suo maestro. Entrando nella camera vide l’abate che scrutava con sguardo interrogativo un foglio.
«Signor Shinji, prego si accomodi. Mi fa piacere vederla qui, avrei proprio una domanda da porle» disse l’abate appena vide entrare Shinji.
«Grazie abate, mi dica pure, sono a disposizione»
«Un giovane monaco stava pulendo il giardino ed ha trovato questo foglio impigliato su un ramo basso del pino vicino allo stagno. Mi ha detto di averlo visto nella vostra stanza durante i turni di pulizia. Se posso permettermi, che cosa raffigura?»
Shinji si domandò incredulo: “Come poteva l’abate, che conosceva così bene quel monte non riconoscerne un così fine ritratto?” «È un ritratto del monte, si può ben vedere anche l’ideogramma yama sul lato destro»
Si avvicino al suo interlocutore, prese in mano il foglio con un gesto di inchino. Era pronto a descrivere ogni dettaglio del ritratto.
Eppure, non appena lo prese in mano si accorse di ciò che era. Un foglio sporco, macchiato di terra ed inchiostro. Solo macchie sconnesse senza alcun legame tra loro. Anche il carattere, che ricordava così ben leggibile, era solo un ammasso di forme.
«Ho percepito il suo tormento Shinji, conosco bene il valore simbolico di questa montagna, ha fatto bene a venire qui»
L’abate sorrideva, lo stava forse canzonando? Shinji si sentiva perso, ma allora il suo maestro non lo aveva guidato fin lì, come aveva potuto immaginare tutto?
«Ma io sono sicuro di ciò che ho visto, è stata opera del mio maestro. Il suo spirito si è mosso per placare il mio dolore»
«Credo la verità sia che non vi è maestro migliore di noi stessi. Noi sappiamo sempre di cosa abbiamo bisogno. Forse lo sappiamo molto molto in profondità, e non riusciamo a decifrare bene la lingua del nostro Io interiore. Forse Shinji, le serviva un modo, uno stratagemma per fidarsi davvero di se stesso e ritrovare la via. Da solo.»

L’abate continuava a sorridere, ma Shinji non ne era più turbato. Il monte Koya aveva avuto un’altra splendida sorpresa per lui. Ora Shinji sapeva come creare e sapeva illuminare da solo il suo cammino.

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