20 02 2020 – ore 19.10
Anche quel giorno, come ogni giorno, sulla superficie quieta del lago aleggiava la nebbia. Non vi era giorno in cui quella fitta nebbia, densa ma luminosa, non oscurasse la vista dell’orizzonte. Era proprio lì, esattamente davanti ai miei occhi: lo sentivo, era presente, ma il mio sguardo non poteva scorgerlo al di là di quella coltre fumosa.
Il lago era il nostro limite, mio e di ogni anima che passasse da quei luoghi. Dai nostri luoghi, si sapeva, era difficile andar via. Si cresceva con la consapevolezza nel cuore che la vita fosse tutta lì. E forse la verità era davvero quella, perché alla fine non ci mancava nulla. Era lo stesso per tanti, ma non per tutti. Per me, non avere la libertà significava non avere nulla, ma non era sempre stato così.
Eppure, come ogni giorno da allora, mi ritrovo a passare interni pomeriggi immobile a scrutare quella nebbia, che come un sipario, chiude sempre troppo presto la mia scena.
Sono sempre stata una persona pacata e gentile, una di quelle persone che occupa il posto che le viene assegnato, facendo del suo meglio. Forse a causa della mia natura un po’ paurosa, ho sempre trovato rassicuranti i limiti. Che fossero fisici o emotivi, vedere ben definito il mio campo d’azione mi faceva sentire al sicuro, protetta.
Così, giorno dopo giorno, la mia routine continuava uguale. L’avere una serie di movimenti e azioni ripetitive mi dava l’impressione che ogni cosa fosse al proprio posto, e io con loro.
Nutrivo un profondo bisogno di sentirmi al riparo dai guai del mondo. Vivere nei miei luoghi, ovattati e ben limitati, e avere giornate ripetitive mi rassicurava. Non mi importava se per quella stabilità dovessi rinunciare a qualcosa, non mi importava di andare oltre, al di là del mio mondo conosciuto.
Conoscere bene tutti i posti dei tuoi luoghi ha un che di assopente, lo ammetto, ma quanta dolce serenità nell’appurare che resta sempre tutto uguale. Nessuna sorpresa può coglierti sulla strada di casa, nessuna turbolenza può scuotere il tuo viaggio. Un viaggio che calmo e placido procede, giorno dopo giorno, uguale.
Il mio posto era ordinato e pulito, ognuno svolgeva la propria mansione con serietà e rigore. Non si estendeva per molto e il territorio pianeggiante era monotono così come il clima e ogni giorno era soleggiato o appena spruzzato da una debole pioggia. Ma tutto intorno a noi, come una corona, si estendeva il lago. Era un lago circolare il nostro e noi vi eravamo rimasti chiusi dentro. In nessuna direzione era possibile scorgere l’oltre, e cosa ci fosse al di là del lago. Anche nelle giornate più terse e luminose sul lago sorgeva inamovibile una nebbia fitta, capace di sbarrare anche lo sguardo dell’aquila più acuta.
Non mi dispiaceva osservare il lago di tanto in tanto, durante le mie passeggiate giungevo sempre sulla riva per scrutare il mio limite. Mi ritrovavo ad annusare l’aria e sentire forte l’odore dei miei posti riempirmi i polmoni: l’odore umido, stagnante del lago, intriso del sentore soffocante di quel limite per me era l’odore di casa, l’odore di sempre. E mentre inspiravo con il sorriso sulle labbra, osservavo lo scenario dinanzi a me. Fissare la nebbia intensamente è un’esperienza da fare, per quanto si cerchi di guardare bene non si scorge nulla, eppure in quel pallido e omogeneo colore io riuscivo a percepire la dolcezza di una mano materna che impedisce al suo piccolo di vedere qualcosa di terribile che sta per succedere. Scrutando quel pallore, che pareva privo di vita, riuscivo a percepire il calore di una morbida coperta che ti ripara dal freddo gelido di una mattina d’inverno. Con questi pensieri, mi gongolavo nell’appurare che quell’acqua e quella nebbia mi avrebbero sempre tenuto distante dai guai, dai dolori e, in qualche modo, dalla morte.
Almeno fu così fino al giorno della tempesta.
Una violenta e quanto mai inaspettata tempesta si abbatté sui miei luoghi. La pioggia cadeva fitta e brutale, investendo ogni cosa, il vento infuriava tanto impetuoso da sbattere ogni oggetto non ancorato bene a terra che trovava sul suo cammino. La mia casa tremava, scricchiolava. Sulle pareti, alle finestre e contro la porta udivo suoni minacciosi, sembrava che la tempesta volesse invadere la mia casa. I tuoni sventravano il cielo e i lampi allungavano le ombre che parevano spettri del passato tornati a tormentarmi. Fino a che sopraggiunse un momento di silenzio e quiete. Io restai in ascolto con il fiato sospeso, quasi ad attendere la prossima mossa. Giunse un sibilo sferzante e poi un boato forte rimbombò nel mio petto, penetrandolo fin nel profondo, toccò il cuore e lo travolse.
Poi udii un ‘crack’e qualcosa si ruppe. La tempesta andò via via smorzando la sua intensità, ma io ne uscii sconvolta.
Ogni cosa che credevo chiara e definita dentro di me fu soverchiata. Uscii di casa per osservare cosa avesse lasciato dietro di sé il passaggio della tempesta e vidi che tutto era rimasto colpito. Il paesaggio intorno a me rispecchiava lo stato del mio cuore. Ogni cosa era fuori posto, il caos aveva sostituito l’ordine. Alcune di quelle cose familiari e rassicuranti, che fanno di un posto il tuo posto, non c’erano più. Nel mio vagare smarrita un solo pensiero tornava ad affacciarsi alla mia mente con forza: volevo vedere il lago. Ora più che mai avevo bisogno di toccare quel limite, quel luogo di frontiera che avrebbe inghiottito il tormento bruciante che scuoteva il mio animo.
Giunta sulla riva il lago era lì, calmo come sempre. Sembrava che su quel luogo nulla fosse cambiato dopo il passaggio della tempesta. La mia mente cercava qualcosa a cui appigliarsi per lenire il dolore che provavo, così iniziai a fare come sempre. Mi sedetti quieta sulla riva, scrutando quel lento e inesorabile svanire di forme e colori nella nebbia, rievocai quel sentimento di quiete e di tranquilla sicurezza che provavo osservandolo e, inspirando profondamente, provai a percepire l’odore umido e tondo di quello scenario.
Per un attimo riuscii ad afferrare quel sentimento, riuscii a sentirne la consistenza tra le mani, ma poi rapidamente scivolò tra le mie dita come sabbia.
Un senso di inquietudine iniziò a crescere dentro di me, la verità era che in quel momento, per la prima volta, vedevo il lago per quello che era: una gabbia.
Avevo sempre creduto che i limiti mi aiutassero a rimanere focalizzata sulla serenità. Credevo che non vedere, non cercare una risposta, non voler vedere oltre quella nebbia fosse la chiave per vivere sempre serena. Ma dopo la tempesta il velo che oscurava il mio sguardo era stato squarciato. Che vita avrei vissuto se non avessi ma avuto il coraggio di affrontare i miei limiti e gettarmi verso il nuovo?
Per tutto quel tempo avevo accettato la mia condizione con rassegnazione, lasciando che il mio limite definisse chi ero e come volevo vivere. La mia stessa vita era divenuta il limite.
Questa consapevolezza accese una nuova fiamma nel mio cuore, l’inquietudine era stata completamente rimpiazzata da una determinazione forte e tenace. Io ci sarei andata, sarei giunta fino al limite e avrei toccato con la mano quella sottile linea che divideva il mio mondo da tutto il resto. Ovviamente ero spaventata ma la paura non mi avrebbe fermata, non questa volta.
Certamente restavo una persona prudente e responsabile, non mi sarei certo gettata nelle acque del lago per raggiungere a nuoto la riva opposta, sarebbe stato decisamente folle e troppo rischioso. Avrei costruito una barca e sarei salpata.
Così siamo giunti ad oggi. Il mio limite ed io ci stiamo guardando negli occhi. Sarà una dura battaglia, lo so, ma devo, voglio affrontarla.
Inspiro e l’odore rassicurante dei miei posti gonfia il mio petto, lacrime di nostalgia solcano rapide le mie guance: «Lo voglio, voglio andare oltre, eppure fa male…»
Sapevo bene cosa volessi fare e lo volevo davvero, ma stavo per salpare verso una destinazione ignota. Avrei dovuto abbandonare tutte le mie abitudini, tutte le mie certezze, tutto ciò che aveva sempre fatto parte del mio mondo, compreso quell’odore. Non potevo voltarmi o avrei ceduto al dolore del distacco. Stavo abbandonando tutto e tutti per
raggiungere un luogo ignoto dove tutto si dissolveva. Forse ero talmente soffocata da quei limiti, che sempre più mi avevano rinchiusa in uno spazio angusto, da essere disposta a correre il rischio di dissolvermi anche io nella mia nebbia.
Non c’era più tempo, la terra, dopo il giorno della tempesta, aveva iniziato sempre più frequentemente a tremare. Vibrava leggermente, emanando un rombo sordo e penetrante. Il mio limite mi stava chiamando, era lì, mi fissava ed era pronto ad accogliermi.
Spinsi la barca in acqua e presi posto al suo interno, iniziando a remare. Remai in fretta, quasi per scappare da tutto ciò che ero stata e che ancora sentivo di essere, ero pronta ad affrontare i miei limiti, avrei dimostrato a me stessa che potevo vincere la paura e la voglia di lasciare che tutto restasse com’era, governato dall’inerzia. Poco dopo, la riva scomparve avvolta anch’essa dalla nebbia. Ovunque intorno a me vi era solo nebbia. Smisi di remare e mi accorsi che la barca veniva sospinta da una corrente. Non sapevo dove stessi andando ma ero sicura che la direzione fosse quella giusta. Iniziò a spirare un sempre più forte vento di poppa che sospingeva la mia barca verso la meta sempre più velocemente. Il cielo si fece scuro e denso, così vicino che mi sembrava di poterlo toccare. Il mio cuore sussultava a ogni tuono, mentre nessun lampo rischiarava la volta. Intorno a me percepivo solo il buio e la nebbia, era lì, la sentivo, sentivo il suo odore, vi ero immersa completamente.
Avevo paura, tremavo. Tutto mi pareva spaventoso e non riuscivo a scorgere alcun segno a indicarmi che la meta fosse vicina. La mente fu trafitta da un dubbio “Forse una meta non c’era. Forse la nebbia celava solo un vuoto che inghiottiva tutto e tutti. Forse avevo fatto la scelta sbagliata.”
Attanagliata dai dubbi iniziai a sentire crescere delle onde enormi sotto la superficie della barca e dovetti tenermi con tutte le mie forze per non essere sbalzata via.
Mentre il mondo intorno a me stava collassando io continuavo a guardare avanti fissando l’oscurità. Ero lì, esattamente dove volevo essere, andava bene così. Andava tutto bene. Comunque fosse andata sarebbe andata nel modo migliore per me. Alla fine lo avevo fatto, avevo varcato il limite. Mettere la barca in acqua era già stato un varcare la soglia tra il mondo di qua e quello al di là. Ero felice, era giusto così. Seppur scossa dai tremiti della paura mi sentivo fiduciosa. La barca veniva sbalzata in tutte le direzioni mentre un vento intenso e persistente sferzava il mio corpo. Eppure rimasi rivolta verso la meta, un sorriso sulle labbra.
Seppur debole vidi una piccola luce aprirsi all’orizzonte, ero quasi al traguardo. Onde e vento aumentarono di intensità costringendomi a chinare il capo. Frustrata, ma non abbattuta, gridai con tutta la voce che avevo in gola. Gridai di gioia, di dolore, di frustrazione, ma soprattutto gridai di libertà. Quella libertà che sentivo ormai così vicina. La luce divenne forte e intensa, tutto intorno si calmò. Ora vi era solo quiete.
Capii di aver varcato la soglia. Ero confusa e non riuscivo a muovere bene il corpo, ma sapevo di essere giunta al di là, oltre la nebbia. Improvvisamente sentii un forte dolore al petto e urlai con quanto fiato avessi in corpo. Faceva freddo, ero bagnata ed esausta. Poi un dolce tepore mi avvolse, mi tranquillizzai e respirai con calma, profondamente, un odore riempì il mio cuore. Era l’odore dei miei posti. Lo stesso di sempre.
Mi ero affidata all’ignoto e avevo trovato la pace.
«Signora complimenti! È una bellissima bambina!» disse mentre adagiava la bambina sul petto della madre. Il dottore si girò verso l’infermiera e disse «Registriamo la nascita: allora oggi è il 20-02-2020, la bambina è nata alle 20:20» il dottore fece un lieve sorriso «Che orario singolare, questa bimba avrà di sicuro una vita straordinaria!»
Nota dell’autore
Questo racconto lo voglio dedicare alla piccola Lara, che circa un mese fa ha affrontato un viaggio così straordinario e ricco di mistero e aspettativa. L’arrivo della mia nipotina mi ha ispirato, ho cercato di pensare cosa significasse per un bimbo sempre cresciuto nel ventre della sua mamma. intraprendere il parto per venire alla luce abbandonando per sempre la vita che fino ad allora aveva conosciuto.
Mi incuriosisce come, l’inizio di una nuova vita possa significare anche abbandonare ciò che si conosce, in una ciclicità che trovo rassicurante. Forse anche quando lasciamo questo corpo terreno e questa vita a cui siamo abituati, non facciamo altro che nascere da qualche altra parte, venendo di nuovo alla luce, seppur su un altro piano.
Auguro a tutte le persone che ci hanno purtroppo lasciato in questo momento difficile, di vedere una nuova scintillante luce, ed auguro anche a tutti noi di riuscire a tenerla sempre stretta nel cuore e nello sguardo, quella luce, che tutto scalda e ri-genera.
Tanti auguri Lara.